sabato, gennaio 31, 2015

In tuffo.


A vederlo lì, nell'angolo di Nole, ingrassato da un cinquantennio di dieta bavarese, composta da weiss bier e wollwurst, viene spontaneo chiedersi: ma cosa avrà mai da dire Boris Becker a Novak Djokovic?
Probabilmente niente, perché Boris, in fondo, è sempre stato un gran cazzaro. Sin da giovanissimo, quando il padre architetto costruisce a Leimen un circolo di Tennis per assecondare la passione del figlio e questo, invece di imparare per benino la tecnica, si limita a seguire a rete delle martellate di servizio e di diritto steccando, spedendo la palla fuori di metri e cercando di mettere una toppa ai suoi attacchi suicida tuffandosi a più non posso.
Invece di correggere tali deficienze, il suo primo allenatore Gunther Bosch, decide che in definitiva spaccare le palline con il servizio è una qualità, e insegna al diciassettenne ariano un movimento a bilanciere, seguito da spinta sulle ginocchia e saltino a piè pari, utile a sospingerlo verso la finale di Wimbledon. Dall'altra parte c'è Kevin Curren, il classico erbivoro anni '70 abituato a giocare di fioretto, intento solo a sopravvivere ai colpi di mortaio da 180 all'ora che gli sibilano nei pressi delle orecchie, e a guardare sconsolato la sedia con gli occhi del "evvabbè, ma così non vale, questo mi picchia, arbitro!".
E quindi finisce che Boris vince Wimbledon all'età in cui di solito la gente vince i tornei di Kick Off contro il cugino. Intendiamoci però: se Boris avesse saputo solo tirare di servizio ce lo saremmo dimenticato subito, come i tanti Raonic intenti, prima e dopo di lui, a collezionare ace urlando "HODOR!". Bum Bum non urlava Hodor. Bum Bum tirava un missile facendo la solita catapulta e poi, a dimostrazione del fatto che l'universo distribuisce il talento assolutamente a cazzo, scendeva a rete come un gatto e, volleando, dimostrava di avere una manina delicata come quella di un orafo. Boris spaccava 20 racchette Puma all'anno scentrando, ma quando gli arrivava la pallina nei piedi la tirava su con una grazia che levati, di conseguenza sotto rete si trasformava in un armadio capace di coprire 800 degli 829 cm del campo, mentre gli avversari non sapevano se aspettarsi uno schiaffazzo o una carezza.
La carriera del nostro amabile armadio cazzaro, tutto intento a far schioccare la mascella e a sbattere le ciglia rosse, è talmente ripiena di momenti memorabili che ricordarli tutti richiederebbe quindici post: ci si potrebbe concentrare sulle scoccate sottorete che trasformarono Wimbledon nel giardino privato di Bum Bum e Stefanello, intenti a sfidarsi per tre anni consecutivi in altrettante finali dalla durata complessiva di 15 minuti, perché oh, mica vorremo scambiare più di tre colpi, non scherziamo.

Si potrebbe ricordare come Andre intuisse sempre la direzione dei servizi di Bum Bum osservando il saettare della lingua teutonica: Boris faceva oscillare il bilanciere e spuntare la linguetta. Se rientrava sulla sinistra, Andre si preparava per il diritto, e viceversa. Anni dopo, a carriera finita, Steffi Graff rivelò il segreto davanti ad una birra, reputandolo un aneddoto divertente e ottenendo come risposta una bestemmia capace di increspare il Reno.
Per correttezza, si potrebbe anche sottolineare come, dopo una infinita serie di sconfitte ottenute su tutte le superfici, Boris, nell'ultimo match con Andreino, sotto di due set e di due giochi sulla sua sacra erba, si mise l'asciugamano in testa e, esclamando ad alta voce "nicht mehr, hier nicht" sollevò la Puma da terra come se fosse il Mjolnir, vincendo tutti i punti successivi. Tutti, mentre nell'aria vibrava la cavalcata delle Valchirie.
Ci si potrebbe soffermare sui due match point sprecati contro uno sfiancato Thomas Muster che, durante una finale di Montecarlo ormai persa, andò a fare pipì per poi tornare in campo arzillo come un grillo, negando a Boris la soddisfazione di vincere per una volta sulla terra e convincendo i capoccia dell'ATP che, in fondo, la pratica dell'antidoping poteva avere un suo perché.
Si potrebbe fare tutto ciò, senza dimenticare che stiamo parlando di un cazzaro. Un ventenne idolatrato in patria che molla la biondissima fidanzata perché insomma, c'è una nazione di bionde scopabilissime, poi se ne pente, va in depre e si affaccia alla finestra, decidendo per una volta di non buttarsi, ma giusto all'ultimo. Di un marito tanto pronto a vantarsi della sua splendida moglie quanto a spupazzarsi una modella nel bagno del Nobu. Con quest'ultima che poi si ripresenta, qualche anno dopo, dicendo "hey! ti ricordi quella volta che abbiamo fatto Bum Bum? Ecco, si chiama Anna". Si potrebbe parlare della tasse evase, delle Ferrari guidate a duecento all'ora sulle strade cittadine, di tutte le cazzate fatte da un cazzaro che prima corre verso rete e poi, per parare i lungolinea, si butta e capitombola, sfangandola.
Ma noi ci concentreremo su un singolo punto: il match point del Masters del 1988, giocato contro Ivan Lendl. Un match point durato 3 anni, perché tra i due, che si detestano, c'è un duello perdurante: Boris vince tutte le sfide sull'erba londinese, infrangendo i sogni del cecoslovacco. Quest'ultimo vince tutte le altre. Perché non esiste che un bifolco privo di rovescio e prono a sbatterla in rete dopo due colpi possa battere la metodica, precisa, iperallenata macchina dell'est. Sul cemento, la terra, il tartan, il fango, la neve e il muschio a Ivan basta insistere sul rovescio di Bum Bum e gestire le sue martellate di diritto per portare a casa le partite con fredda percentuale statistica.
Tuffati, rosso bifolco. Tuffati sul mio magnifico diritto lungolinea in corsa. Fai ululare il pubblico con un punto, poi torna al tuo posto, cerca di contenermi e sbaglia, perché io di sicuro non lo farò.
Ivan queste cose le dice ai giornalisti, le suggerisce con lo sguardo durante le strette di mano. Arriva ad una finale di Wimbledon sudando sul campo per mesi e si vede scippata la coppa. Se la lega al dito. Umilia il lentigginoso nella finale del Masters. Tutta la tiritera si ripete l'anno successivo.

Boris si incazza. Licenzia Gunther e decide di impartire una lezione allo stronzo cecoslovacco. Passa mesi a giocare da fondo, perdendo nei quarti con gente come Wally Masur. Allena il rovescio coperto e tagliato, dimenticandosi di andare a rete, prendendo gli schiaffi dal numero 70 del mondo. Nel novembre del 1988 si qualifica al Masters di New York per il rotto della cuffia. Bombarda chiunque gli si trovi davanti. In finale trova Ivan.
Match Point.
Il rovescio coperto? Eccolo qui, lo so fare anche io. Tagliato? Anche quello, bello quanto il tuo. Diritto incrociato? Dai ceco di 'sto cazzo, è tutto qui quello che sai fare?
E se anche voi, anche per una sola volta, siete stati dei cazzari, se siete corsi a rete buttandovi senza paracadute, se avete lasciato la sicurezza della riga di fondo per cercare qualcosa, chissà se bello come quello di prima, trovando qualcosa di inatteso una volta giunti colà, bè, guardateli bene questi 37 colpi. Guardate come finiscono.
Sono il vostro inno.

sabato, luglio 05, 2014

The Fusion

Alla fine del 2013, Roger avrebbe potuto ritirarsi. Mettetevi nei suoi panni: eliminato nei turni preliminari degli ultimi tre slam, sconfitto dai top ten in tutte le partite che contavano, dominato negli scontri diretti dalla sua nemesi.
Il nostro, osservando il paesaggio di Bottmingen dalle ampie vetrate della sua villa, ha alle sue spalle due gemelle che si rincorrono sul parquet, una moglie che pensa già a dei fratellini, una fortuna accumulata tramite gli sponsor e uno scaffale in cui un impressionante affollamento di trofei sottolinea come non ci sia più nulla da vincere, è tutto lì.
Licenziato Annacone, lo storico allenatore di Sampras, Roger ha capito che il suo gioco non può subire ulteriori rifiniture. A tradirlo è l'età, l'impossibilità di vincere gli scontri a fuoco più lunghi di tre set. Non è bastata la nuova racchetta, non è stato sufficiente guarire la schiena, perché tormentarsi con estenuanti allenamenti mattutini? Per racimolare una manciata di giochi nei quarti di finale? Per un ultimo applauso di commiato?

Roger si avvicina al telefono. Basterebbe una chiamata e gli addetti alle pubbliche relazioni informerebbero stampa, sponsor e associazione giocatori dell'avvenuta decisione. Un bel messaggio di addio, una intervista fiume alla BBC e poi una dolce pensione, spesa guardando le finali da Royal Box, impugnando un calice di Perrier Jouet al posto della Pro Staff.
Roger si avvicina al telefono, apre l’agenda, compone un numero.

Quello di Stefan Edberg.




Stefanello, sul campo e fuori, era un signore. Un distinto e bellissimo scandinavo sempre educato con arbitri, guardialinee, raccattapalle. La sua più focosa lamentela ebbe luogo al Roland Garros, quando un lob di Jim Courier lo scavalcò su una fondamentale palla break finendo abbondantemente fuori. Il guardialinee distratto non se ne accorse. L’arbitro pavido non ebbe il coraggio di correggere la chiamata su un punto così importante. Stefanello, dopo aver identificato con precisione il punto di impatto, volse lo sguardo verso quest’ultimo e gli chiese “Are you sure?”

Questa signorilità si rifletteva nel suo gioco, composto da un servizio in kick che non impediva agli avversari di rispondere, ma si limitava a rallentarne l’azione. Il suo splendido rovescio ad una mano colpiva indistintamente di piatto, arrotato o tagliato, ma non poteva compensare un diritto sgraziato, effettuato con una presa chiusa, che nella migliore delle ipotesi restituiva palle lente e lunghe. D’altronde tutto il gioco di Stefan puntava ad una cosa e una soltanto: permettergli di scendere a rete.
La locuzione “scendere a rete” indica però una serie di pratiche motorie che poco si addicono al modo in cui Stefanello si avvicinava al net, perché lo svedese non si limitava a correre in direzione dei suoi avversari. Stefanello volava. Con tre impalpabili passi giungeva nei pressi della rete e lo faceva sulle sue prime, sulle sue seconde e sui servizi avversari. L’antagonista gli serviva un bolide? Lui rispondeva in chop una palla lenta e profonda, quindi spiegava le sue angeliche ali, visibili solo agli osservatori più attenti, e “scendeva” a rete.

Una volta giuntovi risultava insuperabile, dominando longitudinalmente l’intero campo. Inutile tirargli missili nei piedi, lui li intercettava all’altezza delle caviglie e li indirizzava nell’angolo lontano del campo. Vano sparargli dei colpi di mortaio da distanza ravvicinata. Scavalcarlo con dei pallonetti? Un suicidio consapevole.

Per Stefan il Tennis era uno sport da tre colpi: servizio o risposta, prima volée, seconda volée. I suoi avversari uscivano dal campo sconfitti, frustrati e freschi come rose. Non riuscivano nemmeno a sudare, a scaldare i loro passanti. Si ritrovavano a gestire poche palle scomode, basse e scivolose, alte e senza peso, lontane dal corpo. Riuscivano, ogni tre giochi, a tirare una sabongia angolata di diritto solo per vedersela tornare indietro una frazione di secondo dopo nell’angolo opposto. Seguivano il loro servizio e si ritrovavano a dover duellare di fioretto sottorete, finendo sempre sconfitti da un cavaliere biondo infallibile nelle stoccate.



Si potrebbero spendere migliaia di parole sulla specifica partita in cui Stefan, affrontando Mecir, decise di mettere in riga una intera generazione. Sul modo in cui rispose colpo sui colpo ad un tie break giocato alla perfezione da Pete, o scimmiottò gentilmente Ivan sotto il cielo australe restituendogli un colpo dietro la schiena effettuato dal ceco pochi punti prima.



Ai fini della nostra storia è però meglio concentrarsi sulla prima delle tre finali consecutive che resero il centrale di Wimbledon il giardino privato del nostro arcangelo e di Boris.
Sul match point del primo di quegli scontri Stefan serve una seconda: Bum Bum risponde di rovescio e si ritrova a dover fronteggiare l’ovvia volée. Ancora rovescio, ancora volée, gancio di diritto che Stefan ribatte con una palla corta. Boris corre verso la rete, sa che bucare il suo avversario ai lati è quasi impossibile, decide di tirargli la palla addosso.

E quindi Stefan dice ciao ad Annette, mette le vecchie Wilson in valigia e raggiunge Roger. Sin dalle prime interviste i due spiegano che Stefanello non intende snaturare il gioco di Dogana. Impensabile suggerirgli di attaccare su tutte le palle, i suoi avversari tirano troppo forte e troppo angolato. Certo ci sarebbero un paio di modi per fuggire dalla diagonale della morte sul rovescio… Ma no, niente voli pindarici. Stefan svolge il ruolo di motivatore, costringe Roger a dare il meglio davanti agli occhi del suo idolo giovanile. Si limita a suggerire un maggiore utilizzo del back.

La cura porta a qualche timido risultato. Si torna a vincere a Dubai, si conferma la tradizionale vittoria ad Halle. Roger attacca su qualche palla in più, ma non così tante. Gli Slam rimangono comunque un ricordo del passato.


È la semifinale di Wimbledon e Roger affronta Milos Raonic, un cristone canadese capace di affondare i suoi avversari sotto trenta Ace. Sono i primi punti della partita, Milos serve un bolide centrale a 220 km/h. Roger risponde con una palla tagliata di rovescio, lenta e profonda.

La segue a rete con tre passi. Per un istante i suoi capelli sembrano imbiondirsi. La volée è corta, Milos ci si avventa come un bufalo, carica il diritto per colpire il suo avversario.

Roger lo guarda con l’aria di chi ha, solo ora, finalmente compreso. Muove la racchetta con nonchalance, senza nemmeno guardare, guidato da una mano educata.

Oggi, sul centrale e sul 203, c’è Fedberg.




Enjoy.

venerdì, giugno 06, 2014

Avete letto Open



quindi ora sapete tutto quello che c’è da sapere su Andre.

Sbagliato. Qui è dove vi dico quello che non c’è scritto nel libro. Quello che sapreste se vi foste invaghiti dell’avversario di Martin Jaite, un buffo teenager ossigenato, incrociandolo su un campo laterale romano nel 1987. Una cotta destinata a durare un ventennio, consumata prendendo le sue parti in lunghe discussioni con vostro padre, l'inamovibile estimatore di Pete. Spendendo giorni e nottate davanti alla TV invece di limonare in discoteca. Consumando racchette e scarpe fluorescenti solo per.

Per dirvi quello che devo dirvi, debbo utilizzare un paio di filmati, che vi pregherei di osservare senza audio, in modo da lasciare spazio alla colonna sonora.




È  il 1989 e, davanti alle telecamere analogiche NTSC, Andre sfida Jimmy Connors, duraturo esponente della generazione di Borg, Vilas e Gerulaitis. Gente che indossava le cuffie in negozio per ascoltare il nuovo Led Zeppelin II e risparmiava per comprarsi la Ford Torino arancione con le ruote Magnum 500. 
Grazie alla biografia sapete che Andre ha preso molto male la spocchia con cui Jimmy lo ha ignorato negli spogliatoi, dimentico di tutte le racchette incordate per lui da papà Agassi e consegnategli personalmente dalla zazzera adolescente in un ristorante sulla Strip. Quello che il libro non dice è che quel match sarebbe dovuto durare tre set, non cinque. Perché il punto forte di Jimmy era un rovescio piatto sempre profondo, insidiosamente diretto nei pressi delle righe. Tu servivi contro Jimmy e lui ti rispondeva di rovescio, tu cercavi di spostare l’azione sul suo diritto mancino ma, appena possibile, Jimmy rimetteva la destra sul manico della Wilson in alluminio e pot! pot! pot! Lungolinea, incrociato e lungolinea, seguiti da volée a chiudere. Una invischiante ragnatela intessuta su 1253 vittorie e 24 anni. Uno schema in cui finirono mosche chiamate Ken Rosewall e Ivan Lendl.

Persino Andre lo stolto sa che il rovescio di Jimmy deve essere evitato, ma è così inviperito, così furioso davanti a tanta ingratitudine, che decide di vincere sfondando sulla destra. Vuole dimostrare di poter dominare il rovescio di Peter Parker martellando con il diritto in diagonale e, nel contempo, di poter finire i punti con il SUO rovescio, quello che non-sapete-chi-sono-io, io sono il parricida, la furia iconoclasta, il nuovo che avanza.

E quindi Andre picchia sulla destra del campo. Immaginatevi lo spettacolo dagli spalti del vecchio Louis Armstorng: il bamboccio serve al centro,  poi pem-pem-pem, incrociato, incrociato, incrociato. Potrebbe sfinire la vecchia leggenda affettando il campo in ogni direzione, invece le permette di rintuzzare ogni colpo con la sua arma migliore. 
La gioventù vince il primo set, ma nel secondo la tela inizia ad infittirsi. Il vecchio trama, paralizza il terzo con un netto 6-0, si carica ad ogni cambio campo, incitando il tifo del pubblico. Il match sembra prendere una chiara direzione, quando la leggenda inizia a rallentare. Le sue gambe si sono accorte dell'inedita stranezza con cui il ragazzo colpisce la palla. Il moccioso va incontro alle parabole, invece di posizionarsi come tutti in modo da colpire appena sotto la spalla. Intuisce la direzione della sfera, si dirige deciso verso il punto impatto con la racchetta già in movimento e BUM! Colpisce il feltro giallo mentre sta salendo. 

Stupido ragazzino, pur di anticipare metti in rete palle semplici pronte per essere chiuse a campo aperto. Insisti a giocare sul mio colpo migliore. Sei ingenuo e presuntuoso e pagherai per questo. Perché io ero qui da prima che tu nascessi. Io ero leggenda quando ancora giocavamo nel Queens, io sono la storia del tennis americano, io SONO il tennis americano e tu sei solo l’ennesima vittima della mia tela.

Questo pensa Jimmy mentre si passa sul viso un asciugamano ottenuto con fare guascone dalla raccattapalle di colore con le treccine. Lo pensa, lo dice ad alta voce, cerca di convincersi, ma si rende conto di essere davanti a quella curva nell’acqua, quell’increspatura destinata a diventare una lunga onda.

E perde.

Ora un bel respiro. Piedi saldi sulla tavola, ginocchia piegate, braccia aperte. L’onda monta, supera l’arrivo di Internet, IRC, i Nirvana, il rigore sbagliato da Donadoni, la caduta dell’URSS, il rigore sbagliato da Baggio, DOOM, buona parte di Maldini.


In esso il diciannovenne Rafael Nadal si appresta a giocare la sua prima finale sul cemento, al Canada Masters del 2005, dopo aver dominato la stagione sulla terra ed essersi aggiudicato Roma, Montecarlo e Parigi. 
Il suo avversario è un trentacinquenne pelato, con evidenti rughe ai lati degli occhi. È la stessa persona di cui parlavamo prima? In effetti no. Sono scomparse chioma, arroganza e jeans-scaldamuscoli fluo. Al loro posto due bambini, una moglie tanto appassionata quanto intransigente e una schiena malconcia.



Che diavolo ci fa un dinosauro del genere in campo contro la nemesi di Federer, Murray e Djokovic? Non sa che il mondo è cambiato? Il mondo ora è in mano agli atleti che calibrano la dieta tra carboidrati e aminoacidi ramificati, postano su Youtube le due ore di yoga e stretching giornaliere, si allenano per riuscire resistere a quattro ore di scatti sotto il sole. La AeroPro in grafite e tungsteno di Nadal è un cannone, le sue corde di Luxilon arrivano direttamente dalle suture chirurgiche. Il mondo è cambiato e ora tirano tutti più forte. Il tennis non è più bello e vario come una volta, nessuno fa più serve and volley, John non vedrebbe nemmeno la palla, ma ti ricordi quanto era bravo Leconte?

Purtroppo nessuno ha pensato di informare Agassi di tali cambiamenti. Non gli hanno detto nemmeno che il suo avversario è invulnerabile da entrambi i lati, che le sue palle arrotatissime buttano fuori dal campo tutti i campioni dell'ultima generazione, figurati quelli del 1970.

Andre tutte queste cose non le sa, quindi entra in campo e fa quello che ha fatto nei vent'anni precedenti. Qual'è il tuo colpo meno forte, moccioso? Il rovescio? 



Servizio ad uscire, diritto sul rovescio, sul rovescio, sul rovescio, sul rovescio, SUL ROVESCIO. 

Qualcuno dovrebbe avvisarlo. Qualcuno dovrebbe dire ad Andre che di fronte a lui c’è il dominatore dell'ultima era, accreditato come il più forte della storia. Almeno il nostro si adeguerebbe, smetterebbe di farlo correre come un tergicristallo, eviterebbe di aggredire quelle parabole da 5000 rpm ingestibili per chiunque altro.



Chi si è preso la briga di guardare tutto il match, sa che il finale segue un po' le orme di quello del 1989, con le gambe del vecchio destinate a fermarsi prima di quelle del giovane. Facile, direte voi, prendere un punto singolo, ignorando il punteggio complessivo.

A voi, solo a voi, dedico questo scambio: https://www.youtube.com/watch?v=CdU4vIUd8Dc

Lo vedete l'ultimo diritto di Nadal? Arrotato e lento, pensato per recuperare il centro del campo, posizionato nel sette opposto? Un marchio di fabbrica sfruttato negli anni per vanificare gli attacchi di Dogana, inchiodandolo nell'angolo e ribaltando una situazione sfavorevole. 

Ora guardate cosa fa Andre, guardate bene, una, due, tre volte. Forse è la reazione di un quasi quarantenne finalmente in pace con se stesso. Forse è il teenager che rialza la testa. Forse nel 1987 era amore vero e non una cotta.

Non credo abbiano ancora trovato un nome, a quella cosa lì. Ma vedete la distanza tra Rafa e quella palla pulita, bassa e filante? 

È la stessa che divide le cose lette da quelle vissute.

domenica, settembre 08, 2013

Be brave

Soundtrack: https://play.spotify.com/track/6wb6eqZVfvmj2FVg9jCV1K

Non ve ne eravate accorti, ma le due semifinali degli US Open di Sabato hanno visto noi contro di loro.
A rappresentare noi tutti erano due giocatori muniti di una elegante quantità di soluzioni. Allenati sin da giovani da maestri premurosi, conoscitori della varietà dell'essere, dell'imprevidibilità del nemico e quindi detentori di svariate soluzioni.
Ad accumunare Richard Gasquet e Stanislas Wawrinka sono molte cose: uno splendido rovescio ad una mano, la capacità di attaccare la palla giusta e concludere con un delicato tocco al volo, un diritto ballerino che può fornire, nonostante un movimento apparentemente identico, un vincente quanto l'ennesimo errore gratuito. Soprattutto ad accomunare Richard e Stan è il fatto di essere due underachiever, due talenti che non hanno mai raggiunto gli obbiettivi apparentemente alla loro portata. Due scolari giudiziosi capaci, in qualsiasi momento ma soprattutto in quelli che contano, di ricordarsi della loro fallibilità. 
Dall'altra parte loro, i due campioni del liceo. Belli sin da giovanissimi, capaci di attirare lo sguardo delle compagne sin dai primi passi nel corridoio, di dare veramente il via alla festa arrivando con elegante ritardo.
Perché a distinguere loro due da noi tutti non è un gioco di gambe guizzante e apparentemente superiore alla coordinazione di gran parte degli umani. Non sono nemmeno dei pettorali capaci di esplodere migliaia di volte in poche ore senza produrre acido lattico. A distinguere loro da noi è il coraggio.
Rafa e Nole sono impavidi. Sono muniti di quello spirito incosciente di chi da piccolissimo si è limitato ad ascoltare le parole ferree di un allenatore o di un padre che credeva in una cosa e una cosa sola, e a quella si sono attenuti. Buttandosi a terra a fare flessioni appena scesi dal letto alla mattina. Arrotando quelle palle forte, fortissimo, perché la vittoria passa dallo sfondamento, dallo sfiancamento, dal far leva sulla debolezza di chi alle luci dell'alba apre gli occhi e prova un dubbio, un timore, un pensiero diverso.
Con il passare degli anni noi quel pensiero lo abbiamo abbracciato come una rassicurante coperta. Meglio avere una vita complessa, infarcita di errori, che non vivere una esistenza appiattita sul solido successo. Abbiamo iniziato a dare a quei dubbi un valore inestimabile, superiore a qualsiasi contropartita e, mentre lo facevamo, Rafa e Nole sollevavano pesi, scattavano di continuo sulla riga di fondocampo trascinandosi dei carrelli della spesa ricolmi di palle mediche, percorrevano chilometri nelle acque dell'adriatico e del mediterraneo correndo con l'acqua alle ginocchia.
Dopodiché andavano in campo e, senza avere molto da dire, lanciavano il passaggio vincente per l'ultima meta, schivando senza eccessiva difficoltà i placcaggi, collezionando i bacini aerobici delle cheerleader, donandoci con nonchalance un pizzico del loro allure ricordandosi il nostro soprannome sulla via degli spogliatoi.

“il basket è un'altra cosa, Skip”

Finita la scuola dell'obbligo hanno poi proceduto ad estendere la loro vittoriosa esistenza sui campi del circuito, aggiudicandosi meritatamente partite che avrebbero dovuto perdere con giocatori più tecnicamente preparati, colpendo senza indugio un dirittaccio negli ultimi centimetri del campo sulle palle break, colpendo missili piatti sui match point avversari, convogliando le energie in una bordata sul punto che conta, quello in cui le nostre gambe si irrigidivano per la tensione e l'insicurezza. Un sentimento a loro avulso, sconosciuto. Perché in fondo la vita è semplice: si corre, si colpisce duro e, con il denaro e la fama raccolti, si costruiscono piscine consumabili con ragazze altrettanto certe della loro bellezza.
E cosa dovremmo fare noi, quando due potenze del genere si scontrano? Crucciarci di non avere alcun rappresentante della nostra specie nella partita che conta? Invidiare la tenacia che li ha resi infallibili, belli e adorati mentre noi ci accontentavamo di un po' di sorridente serenità?

No, quello che dobbiamo fare è usare un po' di quella consapevolezza tanto incensata per metterci nei loro panni. Per fare nostro quello sguardo feroce, anche solo per qualche ora. Per sentire il calore dei riflettori puntati su di noi mentre lo stadio ulula e l'asciugamano si porta via buona parte del nostro sudore, prima di lanciare l'ennesima pallina in aria sul servizio, assumendo quella posizione slanciata a braccia aperte e sollevate, tipica di chi incarna una vittoria alata.

Enjoy and be brave.
















mercoledì, settembre 04, 2013

Lara

Quando non è impegnata a saltare da vertiginosi burroni o a conficcare una picozza in titanio tra le scapole di un malcapitato aggressore, Lara non rimane immobile.
Osserva curiosa in ogni direzione, studiando l'ambiente. Si sistema la coda, massaggia la ferita procuratasi nel fianco ad inizio avventura e, in un gesto di inusuale tenerezza per un personaggio tanto tosto, si abbraccia, come per scaldarsi e trovare un po' di conforto in una situazione così ostile.

Verrebbe voglia di sussurrarle qualche dolce parola di conforto, di darle una carezza sulla guancia, se non fosse che dopo qualche secondo la magia si rompe.
Il movimento si ripete, non perfettamente uguale, non nello stesso ordine, ma con una ripetitività ritmica sufficiente a svelarne la natura artificiale.

E mentre Facebook in questi giorni è diviso equamente a metà tra chi si lamenta della fine delle ferie e chi risponde piccato di non averle nemmeno fatte, quando un terzo dei post esamina il parametro zero di Kakà e una percentuale ancor più alta di interventi fa pronostici su chi guiderà la Microsoft nella produzione di smartphone coloratissimi, mi ritrovo a chiedere a lei l'impossibile.

Un gesto diverso da quelli programmati. Uno sguardo verso la telecamera. Un breve istante di capelli al vento, ottenuto mettendo l'elastico tra le labbra per il tempo necessario a sciogliere qualche nodo e a massaggiarsi la nuca. Fai qualcosa di inaspettato, Lara.
Non chiedo tanto. Stupiscimi.


giovedì, maggio 09, 2013

Kenneth

Arrivo a casa lievemente ebbro e reduce da una serata con i colleghi ventenni. Tento di buttare giù un post avente come fulcro l'ignoranza degli stessi riguardo a Fandango, ma la pochezza delle chat notturne, evidente ad una più lucida rilettura, non offre spunti.

Mi addormento e sogno di essere in un karaoke bar all'americana, con le TV sintonizzate sul baseball e gli stendardi dei team universitari appesi alle pareti.
Ci sono alcuni dei colleghi appena salutati. Sale sul palco il receiving officer e si lancia in un pezzo di Moby. Chiedo dove sia il testo, mi dicono che è necessario saperlo a memoria, come definito da tempo nella circolare.

Finisce il pezzo di Moby, sale una collega con i pantaloncini cortissimi e si lancia in Call Me Maybe. La canzone è talmente scontata da non offrire nemmeno la base musicale. Pare siano punti bonus.

Chiamano me. Mi alzo controvoglia dalla sedia lamentando una assoluta estraneità alle opere di Moby. Ma poi Moby non è strumentale, tipo?

Nono, non lo è. Vai e cerca di farci prendere punti, tanto mettono su la canzone giusta per ognuno. La "intuiscono dalla maglietta".

Mi avvicino al microfono chiedendomi quale sia la canzone giusta per me. Sento il forte desiderio da dire a chiunque scelga i pezzi che io non sono cresciuto nei naughtys. Che la polo da me indossata non è quella giusta.

Ne ho una da hockey con su il simbolo di Quake, servirebbe quella.

Mi sveglio dopo il primo giro di chitarra con il sorriso di chi è certo di fare un fottio di punti.

http://www.youtube.com/watch?v=jWkMhCLkVOg

venerdì, maggio 03, 2013

9 Luglio 2001

Cosa stavate facendo il 9 Luglio 2001?

Probabilmente non ve lo ricordate. Io si. Siamo in tre a ricordarlo: Io, Goran Ivanisevic e suo padre, che riconoscete con la barba e i baffetti grigi nel video di pochi minuti che vi agevolo. È un video che andrebbe gustato con calma, sorseggiando magari un cognac, quindi vi proporrei di posticiparne la fruizione a stasera, quando sarete davanti al dispositivo post-pc di casa, e non tra le mura invisibili dell’ufficio open space. Che poi la gente vi vede chiagnere e non è bello.

Goran, 29 anni e dieci mesi nel luglio del 2001, occupava la posizione 125 nel ranking mondiale ATP. Non aveva insomma la classifica adatta a partecipare al torneo di Wimbledon, ma ne fu protagonista per una di quelle irriducibili tradizioni che gli Inglesi impongono al resto del mondo con la spocchia di chi sa di avere inventato regole e gioco: la Wild Card. Era insomma stato “invitato” a partecipare, a discapito di qualcuno meglio piazzato di lui, probabilmente impegnato, in quelle due settimane, a smadonnare contro la regina remando sulla terra del sempre interessantissimo e contemporaneo torneo di San Marino.

Goran venne invitato perché era brutto fare il torneo senza di lui. Negli undici anni precedenti, questo spilungone, noto per tirare dei bolidi da 190 all’ora sia sulla prima che sulla seconda, era stato una presenza fissa nelle finali e nelle semifinali del torneo. Nelle finali e nelle semifinali di un botto di tornei, invero, perché Goran arrivava sempre lì, ad un passo, per poi prendere gli schiaffi da Boris, da Stefan e soprattutto, soprattutto, da Pete. Alcuni romantici potrebbero sottolineare come il buon Goran, un croato tanto superstizioso quanto sveglio e imprevedibile durante le interviste post partita, spesso si battesse da solo: bombardava per due set il malcapitato avversario, gli strappava un paio di servizi con delle risposte sparacchiate verso le righe e poi si incartava su la più banale delle cazzate. Bastava uno starnuto dell’arbitro a fargli perdere la testa. Iniziava a smoccolare contro i piccioni, le cavallette australiane, lo strabismo dei guardialinee e buttava via in dieci minuti di follia tutto il vantaggio accumulato precedentemente, consegnandosi agli avversari. Questa innegabile attitudine gli fece perdere molti match già vinti con avversari a lui inferiori, ma la verità è che il gioco di Goran non era all'altezza di quello dei suoi mitici rivali. Pete dei 30 ace a partita tipicamente sparati dal croato negli angoli se ne sbatteva, gestiva i suoi turni di servizio passeggiando e aspettando il passo falso dello spilungone, afflitto dalla più terribile delle debolezze attribuibili ad un tennista: il braccino.

Insomma, quando si arrivava alla stretta finale, Goran si cacava sotto. Visto che il suo colpo più sicuro era il servizio, questo cacarsi sotto si rifletteva, il più delle volte, nel tirare un bolide anche sulla seconda, consumando per anni le palle break avversarie a botte di ace o doppi falli. Il problema è che i doppi falli arrivavano spesso anche sui match point a suo favore, perché Goran, come sanno bene tutti i tennisti ansiosi messi alle strette, smetteva di respirare, di muoversi, di inviare al cuore gli impulsi involontari indispensabili al sostenimento della vita, mentre dall’altra parte Pete continuava a sentire nella testa solo il tema principale dell’anello del Nibelungo, perché insomma, sei Achille, figlio di Teti, probabile cugino di Marte e Apollo, cazzo te ne frega di queste problematiche mortali.

E quindi Goran arriva a Wimbledon con l’intenzione di accattare due sghei in quelli che lui considera gli ultimi mesi della sua poco memorabile carriera. Anni prima, da giovane, aveva avuto le sue chance, ma non le aveva raccolte. Aveva vinto qualche torneo di quelli importanti, quelli più utili per il conto corrente che per la gloria, ma si era rassegnato all'idea che gli Slam non fossero roba per lui, e la stessa cosa pensavano i suoi fanz.





Entrò in campo, su uno dei campi laterali, senza essersi allenato. Per sua stessa ammissione, le sue Head erano parcheggiate nel borsone da un bel po’, quindi il match contro tale Jonsson fu affrontato con uno spirito a lui non inedito: lo scazzo. Poi al secondo turno, visto che sei il numero 125 del mondo, presente solo perché amico degli organizzatori, ti capita già il tostissimo Carlos Moya, che però sta all'erba quanto il maiale di Clooney sta alla fisica quantistica, e quindi bon. Al terzo turno, ciao, c’è Roddick. Il tuo già affermatissimo erede bombardiere. Ha dieci anni meno di te, serve come e meglio di te, ha un diritto che passa sopra il tuo e fa il giro due volte, quindi preparati al saluto di commiato verso il pubblico.

Ma ecco cosa succede: Goran entra in campo senza aspettative, senza speranze, senza nulla da perdere. Lo scazzo scorre potente in lui. Scorre come scorrono i giochi, mentre Roddick aspetta l’inevitabile arrivo della mattana per mettere fine alla questione. Finisce un set e niente, Goran tranquillo. Viene archiviato anche il secondo set. Al terzo finalmente si intravede la mancanza di allenamento, la partita sembra cambiare aspetto ma niente, lo scazzo continua. Lo scazzo mantiene la catapulta di servizio croata fluida, letale, asfissiante. Andy guarda il suo allenatore sugli spalti tacitamente chiedendo lumi riguardo a questa inattesa novità. Poi va negli spogliatoi con l’aria di chi non ha capito cosa sia successo. Il turno successivo la stessa perplessità investe Rusedski, erbivoro doc.

Probabilmente in un quintiliardo di dimensioni parallele la storia finisce qui, con Achille che incontra Scazzo sulla sua strada e *splat*, lo riduce a una macchia di sangue sul prato. Ma noi siamo i fortunelli della dimensione giusta e assistiamo ad un imprevedibile quanto assurdo evento: nei quarti non c’è Pete, perché Pete è stato sconfitto due turni prima. Da uno svizzero mai sentito nominare.

Non vale nemmeno la pena di tirare in ballo quel match. Ha come coprotagonista un elvetico che fa la partita della vita e ribatte colpo su colpo, ignorando il suo ruolo nel cosmo, alle ineffabili maestrie di Achille. Un po’ come se Ettore quel giorno si fosse svegliato sentendosi Superman. Ovviamente, poi, il match dopo si sveglia di nuovo Ettore e bon, perde con quella mezza sega di Henman, quindi sto Doganiere possiamo pure dimenticarcelo, tanto non ne sentiremo mai più parlare.

Henman ha tutto il tifo dell’impero alle sue spalle. Sa che è la sua occasione, cerca di buttarla sul’epico andante vincendo secondo e terzo addirittura con un 6–0 e poi *sbram*, lo scazzo gli passa sopra come un caterpillar.


E siamo al 9 Luglio 2001. Volete che vi descriva l’avversario di Goran come un fenomenale campione del male, imbattuto e imbattibile? Se volete lo faccio, ma Patrick Rafter è solo un tostissimo volleatore. Uno perfetto per i campi veloci, quindi a suo agio sull'erba  ma più forte sul cemento, dove ha già vinto uno US Open. L'australiano, fisico, faccia e pacioso carattere usciti direttamente da Un mercoledi da leoni, ha sconfitto in semi Agassi, perché insomma, 'sto film della Disney ce lo siamo proprio studiato bene, ma non rappresenta il problema principale per Goran.

Il problema per Goran è che, una volta arrivato in finale, lo scazzo è scomparso. Goran sa di essere la più delirante Wild Card della storia. Goran entra in un centrale tramutato, da una opera di bagarinaggio civile, in una Zagabria ripiena di croati esaltati come neanche nei giorni dell’invasione mongola del 1242. Goran vede anche suo padre vicino al Royal Box, lo stesso baffetto grigio che negli anni ‘80 lo scarrozzava in macchina per l’Europa, chiedendogli di dormire sui sedili per risparmiare tra un torneo giovanile e l’altro. 

Goran il cacasotto vive il suo peggior incubo: può perdere di nuovo davanti a tutta la Croazia, a papà, a me, che guardo 'sta partita dalla TV di un hotel esotico e ho più strizza di lui. 

È così in paranoia che non si taglia la barba dall'inizio del torneo, usa sempre gli stessi calzini, lavati dalla stessa cameriera dell’hotel. Gli stessi pantaloncini, la stesa limo e lo stesso autista per arrivare. Chiede agli organizzatori che sia sempre lo stresso steward ad accompagnarlo. Mangia a colazione, pranzo e cena le stesse cose per due settimane e quando entra in campo si fa più segni della croce lui che tutta la chiesa ortodossa nell'ultimo secolo.


Io vi mostro l’ultimo gioco di quel match di cinque set e voi dovete guardarlo con attenzione. Dovete vedere come Goran sparacchi fuori la volèe del primo punto, una roba che io, voi, chiunque, non avremmo sbagliato nemmeno con la sinistra. 

Dovete guardare il pallonetto di Patrick che esce di pochi millimetri, mentre il croato guarda la palla terrorizzato. Dovete osservare come gli cedano le ginocchia sul doppio fallo successivo, i muscoli ridotti in gelatina dalla consapevolezza di essere giunti a quel momento li, quello che ti definisce come persona. Dopo oggi non potrai essere che due cose: il ricco perdente che non vinse mai uno slam, oppure “Papà, ho vinto Wimbledon”.

Dovete guardare i doppi falli successivi, gli Ace accolti da una esplosione assordante. Dovete guardare il coraggio di Patrick che risponde con un lob perfetto alla tua altrettanto perfetta volèe. Le palle nei pressi delle righe sui match point, il pubblico che ad un certo punto urla su qualsiasi cosa, Goran che implora i raccattapalle per riavere la stessa pallina, perché basta ancora un punto, solo uno dai dai dai, ti prego. 

Poi dovete dirmi grazie.



Davide "Quedex" Giulivi ogni tanto si ricorda di avere uno spazio riservato sul mio umile blog e mi omaggia di questi post meravigliosi. Se volete leggere tutto quel che c'è qua dentro firmato da lui, basta cliccare sul tag Quedex qua sotto. O anche qui, tipo.